Liberalizzazioni, la Regione pronta far ricorso alla Corte Costituzionale

Moore e Lloyd, V per vendetta

solo per vendetta

In edicola e in libreria le storie del superuomo creato da Moore e Lloyd. Un po’ Nietzsche, un po’ Orwell, uccide senza rimorsi.

di Diego Gabutti

Alan Moore e David Lloyd, V per Vendetta, Magic Press, Roma 2002, pp. 290, 20.50. Era il 1988 e Alan Moore, che aveva appena portato la rivoluzione nelle storie di supereroi con Watchmen, passò a mettere in scena direttamente la rivoluzione con V per vendetta . Nelle tavole di Watchmen, dov’era d’un tratto impossibile distinguere tra supereroi e supercriminali, venivano al pettine i nodi di cinquant’anni di fumetto ingenuo e bamboccesco: le “maschere”, i supereroi in calzamaglia e mascherina nera, perdevano di colpo tutti i loro privilegi, sia la certezza d’essere i soli autentici paladini della giustizia che quella d’essersi battuti, un’avventura pulp dopo l’altra, per salvare un mondo che meritava d’essere salvato.

V per Vendetta, tappa ulteriore di questo disincanto fumettistico, era una riscrittura di 1984 sub specie grande feuiletton: l’epopea del Grande Fratello come se non l’avesse scritta George Orwell, l’autore di Omaggio alla Catalogna, ma come se l’avesse scritta Eugene Sue, l’autore dei Misteri di Parigi. Anche qui c’era un supereroe, V, l’uomo senza nome fuggito da un campo di sterminio dov’era stato sottoposto a infami esperimenti genetici, ma era un supereroe nel senso dei superuomini di Sue e di Dumas padre: un Conte di Montecristo invincibile ma psicopatico, giusto e folle insieme, che vuole asciugare le proprie lacrime vendicandosi di tutti i suoi nemici, che liquida infatti uno per uno, e insieme prosciugando la fonte stessa del dolore storico e sociale, cioè il fascismo giunto al potere in Inghilterra dopo una guerra nucleare che ha cancellato l’Africa, l’America e l’Europa dalla faccia del mondo.

V per vendetta, tra le altre cose, …

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Vicenza. Muore uno studente di 17 anni: dopo la scuola si era sentito male sul bus

l.m.

PAVIA. E’ stato presentato ieri mattina, presso la Sala Giunta della Provincia di Pavia, il corso di aggiornamento professionale “Tecnico esperto in analisi e catalogazione di edifici monumentali”. Il corso è organizzato dalla Provincia di Pavia in collaborazione con la Regione Lombardia, L’Università degli Studi e l’Ordine degli Architetti di Pavia, al fine di promuovere una “Carta del rischio del patrimonio culturale”.

Al corso sono stati ammessi – tramite prove selettiva, cui hanno partecipato cinquantadue persone – undici laureati in Architettura, due in Lettere con indirizzo archeologico, cinque in Lettere con indirizzo storico-artistico e due diplomati restauratori. Per l’iniziativa la Provincia di Pavia ha ricevuto circa 57.000 euro dalla Regione. Il corso, della durata di cinque mesi (1 ottobre 2001 – 22 febbraio 2002), sarà tenuto da alcuni dei più qualificati docenti dell’università di Pavia e da alcuni funzionari alla sovrintendenza ai beni artistici. L’obiettivo è quello di preparare uno staff di tecnici, in grado di elaborare una specifica “Carta del rischio” per i monumenti storici dell’architettura provinciale. Alla fine del corso si avrà la mappatura dei dieci beni presi in considerazione in tutta la provincia. Si procederà, poi, alla ricostruzione dello stato della catalogazione nella provincia (beni mobili e immobili) e alla ricognizione degli edifici d’interesse storico-artistico sul territorio provinciale. «Puntiamo dunque ad una conservazione programmata dei beni, molto più efficace ed economica, rispetto ai metodi tradizionali», ha dichiarato l’assessore alla promozione delle attività culturali Lorenzo Demartini. In sostanza, invece di intervenire a posteriori sui monumenti danneggiati o usurati, lo staff opererà in modo tale da prevenire le “malattie” delle opere d’arte, in particolare quelle più visitate dal pubblico.

Verso la conclusione di conferenza l’architetto Aldo Lorini, membro del Comitato tecnico del corso, ha affermato: «La scelta fatta dalla giunta della Provincia di Pavia di firmare questo protocollo …

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«Papà, sono caduto ma non preoccuparti»: muore dopo la telefonata ai genitori

di Denis Barea

TREVISO – Ciao ciao Sisley. Anzi, addio. A metà giugno, data utile per l’iscrizione al campionato di serie A1, il nome di Treviso non ci sarà. Il volley di Marca sbaracca con un anno di anticipo rispetto ai tempi contenuti nella surreale dichiarazione di divorzio di Gilberto Benetton, arrivata in prossimità dei playoff. La squadra si trasferirà, quasi in massa, a Roma. E non ci sarà più neppure la serie B. Quindi niente ultimo anno, una doccia scozzese per i tifosi e per tutti gli sportivi che, con ancora un’annata a disposizione, magari speravano che qualcuno si facesse avanti per rilevare il sodalizio.

Ma l’idea in casa Verdesport è sempre stata diversa una sola: capitalizzare. E la cantera alla catalana o il modello Arsenal, cioè investire con convinzione sui giovani talenti? Storielle che servivano a giustificare un ridimensionamento iniziato un paio di anni fa e culminato nella exit strategy dei Benetton.

Con Mezzaroma, patron del volley capitolino, si parla di vero e proprio accordo. Non è sicuro che tutti i pezzi pregiati della Sisley finiscano per trovare casa lungo le rive del Tevere. Per i gioielli potrebbe anche esserci altro mercato e d’altra parte Treviso a questo punto può anche stare alla finestra e godersi l’asta. Ma è chiaro che nella capitale si pensa in grande e quindi l’intenzione è quella di far confluire in maglia neroverde il meglio che la defunta corazzata trevigiana può offrire.

Finisce così, con un colpo a sorpresa, la storia del divorzio della famiglia Benetton dalla pallavolo. Niente trasferimento a Belluno (è stato solo un bluff con i soldi del Monopoli) e niente cordata di imprenditori locali. La provincia di Treviso si fa scippare la punta di diamante del suo sport di alto livello senza che questo sembri aver minimamente fatto un …

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